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L’amore patologico per Fido: un caso da manuale di psichiatria da marciapiede

Passeggiare a Chiavari negli ultimi tempi significa assistere a un curioso fenomeno di costume: orde di proprietari che non si limitano a portare a spasso il cane, ma lo innalzano a idolo domestico, stretto in braccio come un neonato, inondato di baci compulsivi, con lo sguardo rapito tipico di chi ha appena scoperto il senso della vita. La scena colpisce non tanto per la tenerezza, quanto per la sua evidente deriva clinica. Il cane, povero Cristo, ha l’espressione di chi si chiede: «Ma non ero nato per correre e annusare pali arrugginiti?» Invece si ritrova ostaggio di una psicosi affettiva, trattato come protesi emotiva del padrone. Qui non parliamo di amore, ma di una vera e propria dipendenza affettiva travestita da cura. L’animale diventa il sostituto di un compagno mancante, di un figlio mai nato, o più semplicemente di una terapia che il padrone non ha mai avuto il coraggio di intraprendere. Ogni bacio è una pillola di calmante, ogni carezza un ansiolitico naturale, ogni foto postata sui social la prescrizione giornaliera. Lo psichiatra ideale, osservando la scena, stilerebbe subito una diagnosi provvisoria: disturbo da attaccamento con proiezione sul mammifero domestico. Terapia consigliata: sedute settimanali di realtà, lunghe passeggiate in autonomia e, per i casi più gravi, astinenza forzata da Instagram. Non è crudeltà, è igiene mentale. Perché il problema non è il cane — che al massimo sogna di essere lasciato libero di correre dietro a un piccione — ma il proprietario che, incapace di reggere i propri vuoti, trasforma l’animale in un soprammobile vivente, imbalsamato nell’abbraccio eterno. La domanda di fondo è: a chi serve questa sceneggiata? Al cane certo no, visto che i cani comunicano annusando, scavando, rotolandosi nel fango — attività che il padrone-tutore ansioso considera segni di decadenza. Serve invece al padrone, che con il suo spettacolo affettuoso urla al mondo: «Guardatemi, io sono capace di amare!» Peccato che l’oggetto di tanto amore non sia un partner consenziente, ma un essere a quattro zampe che non può dire: «Scusami, ma un po’ di spazio personale?». E così il marciapiede si trasforma in divano da psicologo all’aperto. Le strade di Chiavari, in questo teatro surreale, somigliano più a una sala d’attesa psichiatrica che a una passeggiata rilassata. E i cani, poveri pazienti non paganti, diventano cavie di una psicosi collettiva che forse Freud avrebbe descritto come “isteria canina da riflesso condizionato umano”. In conclusione, se davvero amate il vostro cane, fatevi un favore: lasciatelo camminare, annusare, vivere da cane. E voi, invece di trasformarlo in un peluche antidepressivo, accomodatevi su un bel lettino da psicanalista. Potrebbe essere la prima volta che qualcuno vi ascolta senza bisogno di abbaiare.

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