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Il culto del selfie al mare: cronache di una religione digitale

Passeggiando sul lungomare di Chiavari, nelle ore di luce migliore, si assiste a un fenomeno che merita studi antropologici accurati: decine di individui che, anziché contemplare il mare, contemplano sé stessi. Il rituale è sempre lo stesso: un rapido controllo al ciuffo ribelle, il cellulare sollevato con gesto liturgico, la smorfia calibrata a metà fra il sorriso e la sindrome del torcicollo. Click. Il tramonto può attendere: prima va catturata la smorfia perfetta. Non si tratta più di semplici foto ricordo, ma di veri e propri atti di fede in una religione moderna: il Selfismo Marittimo. Fedeli devoti che non pregano rivolti a est, ma al display del loro smartphone, invocando la benedizione di un like. La spiaggia, le onde, la luce dorata del tardo pomeriggio? Non sono che scenografie secondarie, strumenti al servizio del vero soggetto: il narcisista digitale. Il quadro clinico è evidente: disturbo ossessivo-compulsivo da autopromozione balneare. Sintomi: incapacità di guardare il mare senza il filtro “Sunset Glow”, spasmodico bisogno di ripetere lo scatto almeno venti volte, agitazione crescente se la connessione è debole e impedisce l’upload immediato. Prognosi: cronica. Terapia consigliata: una settimana di vacanza senza wi-fi e un corso accelerato di “riconoscimento delle onde marine senza fotocamera”. Le vere vittime di questa psicosi collettiva non sono solo i passanti costretti a zigzagare fra pose acrobatiche degne di contorsionisti, ma anche il mare stesso, ridotto a semplice “sfondo neutro”. Pensare che un tempo gli uomini contemplavano l’orizzonte e ne traevano poesia, filosofia, perfino canzoni. Oggi il massimo della riflessione che produce un tramonto è: “Aspetta, rifaccio, avevo l’occhio mezzo chiuso”. Lo spettacolo raggiunge punte grottesche nei gruppetti di amici. Lì il selfie diventa rito collettivo, con gerarchie precise: il più alto tiene il telefono, quello con il miglior sorriso si piazza al centro, l’altro si finge spontaneo pur avendo ripetuto la scena tre volte. Il mare sullo sfondo diventa un ospite indesiderato, oscurato da denti sbiancati digitalmente e labbra a paperella. La morale è semplice, ma difficile da applicare: il mare non ha bisogno del vostro primo piano per essere bello. È lì da millenni, senza filtri, senza hashtag, senza la vostra espressione da testimonial improvvisato. Forse basterebbe sedersi un attimo, guardare davvero l’orizzonte e godersi il silenzio. Ma niente paura: se vi manca l’adrenalina, potete sempre scattare un selfie mentale. Non riceverà like, ma almeno vi resterà dentro.

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